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sabato 28 febbraio 2015

Cimbri e Fora Febraro: un sabato valdagnese

Valdagno Cimbernauti

A volte ritornarno, è proprio il caso di dirlo.
Ho trascurato molto questo blog e non ne sono felice perché è un po' un piccolo diario dove racconto tutto ciò che passa per la mia testa, sotto l'etichetta "Valdagno".
Così come ho aggiornato poco il blog, altrettanto sono ritornata poco ma spero che con la bella stagione le cose cambino.
Oggi, 28 Febbraio sarò proprio a Valdagno city, per due motivi essenziali: Fora Febraro e Cimbernauti.

lunedì 26 maggio 2014

Supporta Radio EUreka!

Sostenere Radio Eureka

Un piccolo post per una grande cosa: il sostegno.
Quando impari a giocare a rugby (ma anche in tanti altri sport) impari il vero valore del sostegno.
Sai che potrai fare 2 metri oppure tutta la lunghezza del campo ma ci sarà sempre qualcuno dietro di te a cui passare la palla o che potrà fare qualcosa per la tua azione, per l'azione della squadra.

Stamattina io ho "giocato a rugby" con Radio EUreka!
Il progetto della radio mi piace un sacco e lo ritengo davvero importante, soprattutto importante per Valdagno e per tutto ciò che può comunicare.
Oggi ho giocato a rugby con Radio EUreka e mi sono collegata alla pagina che la radio ha creato su Music Raiser. Cosa ho fatto? Ho fatto una piccola donazione.

Una goccia qui, una goccia lì... così si è formato l'oceano.
Amo il crowndfounding perché è un'azione che alimenta i sogni dal basso.
Li alimenta e li sfama grazie a persone che hanno altrettanti sogni, altrettante aspettativa e altrettanta voglia di fare qualcosa di bello, di crescere e di vivere.

Un claim messo al mondo da Giobbe Covatta diceva "Basta poco, che ce vo'!!!"

Esplorate il mondo di Radio EUreka e sostenete questo progetto davvero importante!

venerdì 25 aprile 2014

Un giorno di Libertà

Valdagno e la sua storia

 Non aggiorno queste pagine da un po', complici le tante cose da fare. 


I pensieri su Valdagno sono sempre tanti e a breve tornerò con una serata in Biblioteca (stay tuned) ma oggi penso al 25 Aprile, alla Liberazione, ai racconti della mia nonna materna e all'orgoglio con il quale, anni fa, ho visitato la Mostra che raccontava i Valdagnesi in Guerra.

Raccontare la Guerra è sempre un qualcosa di difficile perché si fa a pugni col passato e si pensa che sia tutto troppo ostico, troppo difficile, troppo discutibile... e chissà quanti altri "troppo".
Il passato e la Storia sono come dei gran gomitoli di Lana che vanno messi in ordine dopo averli districati, guardati e compresi.
Per questo amo le esposizione, le mostri e i racconti storici.

Non so perché, ma quando vidi la mostra che vi accennavo prima, ebbi una sorta di sussulto d'emozione davanti a quella foto di parte della Brigata Stella che cammina fiera in piazza.
Quei volti, quelli sguardi mi sono entrati nel cuore tanto che mia madre telefonò in Comune a mia insaputa per chiedere una copia di quella foto.
Io già vivevo in Svizzera e lei voleva regalarmela.
Le dissero che non era possibile e così, un bel giorno, mi arrivò in quel dell'Elvezia una bella busta con il catalogo della mostra e un biglietto che diceva "La puoi vedere a pagina 108".

Stamattina mi sono svegliata e, con lo stesso impeto di sempre, ho riguardato quella foto a pagina 108 e ho ripensato alla mia Valdagno.



giovedì 20 febbraio 2014

Intervista a Cinzia Gandini

Intervista a Cinzia Gandini

Oggi intervistiamo una persona che mi ha sempre riempito di sorrisi e positività.
Eravamo colleghe, once upon a time, e ridevamo assieme dei viaggi fatti e da fare.
Lei è Cinzia Gandini, valdagnese che ora vive a Valencia, in Spagna.


*Ciao Cinzia, come mai sei finita in Spagna?
Beh ...che dire..... la storia sarebbe lunga....
come si sa....a volte nella vita bisogna fermarsi un momento, guardarsi intorno e “ascoltare la natura che ci circonda e le vibrazioni di un cielo stellato...” questo non centra niente, però suonava bene.....dicevo...tirare un po le somme, valutare possibilitá e le possibili opzioni della vita, dirai, tipici discorsi da fine anno...buoni propositi,progetti da realizzare, chili da perdere,smettere di fumare.
Chi non ha sognato una volta dicendo,vado a vivere a...voglio un posto al caldo,con il sole,il mare...un giorno , in silenzio...”ho visto la luce” come direbbero i Blues Brothers...come dicono qui ...”he sacado los huevos...” e mi sono messa in gioco....Spagna arrivo!
Sicuramente pensare di andare in Spagna non e' stata una decisione presa a cuor leggero, anche se da sempre, nel cassetto dei desideri c'era una piccola scatolina con bandiera giallo rossa. Questo e' stato l'inizio dell' avventura.
*Se "leaving New York is never easy", come cantano i R.E.M, lasciare Valdagno... com'è?
Non saprei... forse ci sara' un motivo perche' non me lo sono mai chiesta. Se ci sei nata o ci hai vissuto una parte di Valdagno sempre restera' legata al tuo Dna.
VALDAGNO TI SEGNA PER SEMPRE...AHAHAHAHAHAH
Noto quasi più emozione quando ci ritorno, nel riscoprire le vecchie sensazioni... sarà l'eta'!!!
*C'è qualcosa che ti manca più di altro?
Certo che anche tu fai delle domande... insomma ... beh ecco...qui lo stracchino non si trova!!
 *Avrai sicuramente racconta Valdagno a qualche tuo amico spagnolo. Cosa hai detto della nostra Valle?
Certamente, alcuni amici hanno commentato entusiasti le foto di panorami e montagne. Gli ho poi raccontato delle attivita' di svago e di divertimento disponibili nella zona, l'arte, la cultura, la cucina.... e per dar loro la sensazione vera... avevamo per fino il bianco rosso originale “Carlotto”... purtroppo dopo il terzo bicchiere, bevuto fresco,in terrazza con un caldo estivo....gia' i commenti erano un po' confusi.

martedì 4 febbraio 2014

La Nostalgia è un Gusto


Sono giorni che, in un modo o nell'altro, Valdagno è nella mia mente.
Qui a Carpi diluvia e allora mi sono venuti in mente quei giorni, quando andavo al liceo, in cui definivo Valdagno la Desperation Valley perchè non appena arrivavo a Vicenza per andare a scuola lì non pioveva più. Ora piove a dirotto anche a Vicenza e mi rendo conto che tutto il mondo è paese e i disastri, purtroppo, non hanno confini.
Quando mi vengono questi pensieri tristi vado in cerca, nella mia mente, di immagini che mi facciano bene: spesso penso ai giorni che ho passato a Aberdaron, nel nord del Galles.
E se proprio voglio stare ancora meglio, richiamo con pensiero quei gusti che rappresentano per me i confort food. Abito in Emilia da anni e qui, in quanto a cibo, la sanno lunga ma se penso a qualcosa che mi faccia stare bene penso ai gusti della mia Valdagno.
Circa 3 settimane fa era il mio compleanno ed è venuta a trovarmi la mia amica Eleonora, portando con sé ciò che poteva esaudire un mio desiderio grande: la sopressa.
Non so se qualche "expat" mi sta leggendo. Sicuramente c'è tanta gente di Valdagno che non vive più lì e allora io mi chiedo quali potrebbero essere, per queste persone, i gusti che mancano di più.
A me manca davvero il gusto della sopressa perché qui la si trova, magari nei supermercati grandi, ma non ha nulla a che vedere con quelle belle sopresse morbide e gustose che si trovano in valle.
Ogni tanto mi manca il gusto del Biancorosso di Carlotto.
Quando vivevo in Svizzera capitava che i miei genitori mi venissero a trovare: mia madre mi portava sempre il Biancorosso. Ah la Bruna se la sapeva lunga!
Mi mancano gli gnocchi con la fioretta perché qui mica sanno come si usa la Fioretta.
Un giorno sono andata in una cascina qui vicino a prendere il Parmigiano e ho chiesto se potevano vendermi della fioretta. Il latte è pur sempre latte, no?
Niente... non ce n'è per nessuno. La fioretta non si vende e allora niente gnocchi!
Devo ammettere che a volte, presa dalla disperazione, mi metto a farli con la ricotta.
La Maresina poi non ne parliamo nemmeno. Ne avevo una pianta bella alta e profumata... poi c'è stato il terremoto qui in Emilia ed io sono stata fuori casa per quasi un mese.
Risultato? Il caldo pazzesco di quei giorni e la mancanza d'acqua hanno bruciato la pianta e allora Addio Maresina!
Mi mancano i Bigoli con l'arna, che per me sapevano di domenica e di festa.

E' proprio quando non hai più tutte quelle cose con le quali sei cresciuta che pensi a quanto quei gusti abbiano lasciato dei solchi dentro al cuore.
E' in quel momento che capisci che Nostalgia non è più solamente una parola ma è un gusto, quello delle tue radici e di ciò che ti ha reso, in parte, quello che sei!

martedì 28 gennaio 2014

La magia della Tessitura


Mio nonno Piero Perin, padre di mia mamma, era uno di quelli che in tessitura Marzotto ci aveva lasciato non so quanti giorni della sua vita.
La mia nonna e sua moglie, la Cecilia, mi raccontava sempre di quando mio nonno partiva dal Castello per raggiungere la tessitura a piedi. Tutti i giorni della sua vita.
Non ho mai conosciuto mio nonno di persona, so di lui e della sua vita da tutto quello che mi è stato raccontato e ogni tanto guardo una sua foto e riverso i miei pensieri su quell'immagine, cercando di dargli una voce, un tono, un atteggiamento... ovvero tutto quello che non riesco a ritrovare dentro ai miei ricordi.
Era il 1997 e avevo appena cominciato a lavorare alla Marzotto quando venni invitata in sede centrare (io lavoravo al Maglio) per una sorta di giornata formativa sull'azienda. Era messa in piedi ogni tot di nuovi assunti che, in quel periodo, arrivavano copiosi da ogni dove. Io stessa ero stata pescata dall'elenco dei voti della maturità del mio liceo.
Quel giorno, in sede centrale, ci fecero fare un viaggio nell'universo Marzotto, spiegandoci tutto: dall'arrivo della lana, al tessuto e al capo finito.
Non era tanto la questione della "confezione" che mi interessava; io ero attirata alla grande da quella magia chiamata tessitura.
Mia nonna mi raccontava che in quel reparto c'era un gran baccano. Mio nonno, del resto, aveva dei gran problemi d'udito già a 40 anni. La causa di questi era, probabilmente, il rumore assordante dei telai che, come nel miglior filmato sulla produttività della Valle, era la colonna sonora della vita della città.
Un giorno, avrò avuto 6 anni circa, mia nonna mi portò dalle parti della Marzotto, vicino a dove c'erano le finestre della tessitura. Mi disse che da lì, in estate, si sentiva il battere dei telai.
Se sentivi quel rumore voleva dire che andava tutto bene.
Nel 1997, all'alba dei miei quasi 20 anni, io entrai in tessitura e mi sentivo come un archeologo nel momento di aprire un luogo sacro.
Il rumore c'era, le vibrazioni del pavimento pure. Le navicelle dei telai viaggiavano così veloci da non saperle distinguere nel loro movimento.
Un addetto ai telai ne rallentò uno per farci vedere come funzionava il tutto: le navette erano due e si incontravano a metà percorso per scambiarsi i fili. Non so spiegarvi perché ma in quel momento io pensai a due mani che si stringono dando inizio a qualcosa di spettacolare. Ne rimasi estasiata.
Il tessuto che nasce è proprio come un bimbo che viene al mondo e se sei di Valdagno questa cosa è dentro di te.
L'estate scorsa ho raggiunto le Isole Ebridi Esterne e ho scoperto come viene tessuto il tweed.
Ho ripensato a mio nonno, al suo correre in fabbrica e ai suoi timpani, provati all'ennesima potenza da un processo rumoroso e allo stesso tempo grandioso.

Se chiedessi ai Valdagnesi oggi chi sa tessere... in quanti mi risponderebbero?

venerdì 24 gennaio 2014

Fora Febraro!

Foto dalla Pagina Facebook Fora Febraro

Ok, lo so che deve ancora finire Gennaio. Ma non posso farci nulla se già penso a "Fora Febraro".
Come nel migliore degli assiomi, se pensi tanto ad una cosa significa che ti manca e nulla potrebbe essere più vero se riferito a me.
Ne me sono andata da Valdagno nel 2002 ed è da quell'anno che non sento più i botti e il casino il 28 (o 29) Febbraio.
Quando ero piccola speravo sempre che fine di Febbraio cadesse nel week-end così potevo restare a dormire dalla mia nonna, in Via Castello.
Mia nonna Cecila era per me la tenutaria di un sacco di tradizioni. A fine febbraio mi armava di coperchi di pentole e mi lasciava andare in giro a far casino perché "pi casin ghe xe par far fora Febraro, mejo xe".
Io sono sempre stata molto legata a queste tradizioni antiche e pagane che, sicuramente, sono state portate nella nostra valle da quegli uomini biondi e nordici chiamati Cimbri.
I Cimbri arrivavano dalla Danimarca ed erano popolazione di tradizione pagana all'ennesima potenza e questo si vede da tutto ciò che ci hanno lasciato: il falò della Stria, Feste come la Chiamata di Marzo e essenzialmente il fatto di fare del gran casino per cacciare l'inverno.
Ci sono miliardi di tradizioni che assomigliano a quella di Fora Febraro presso tutti quei popoli che un tempo praticavano il paganesimo.
L'inverno è spesso visto come un essere cattivo che va scacciato con del gran rumore.
Vale, per me, anche l'interpretazione diversa che vede l'inverno come un qualcosa di assopito che va svegliato affinché la primavera faccia il suo corso.
Comunque la mettiate, io sento una grande mancanza dei botti e del casino in quella notte di fine febbraio. Qui in Emilia, solitamente è tutto così silente che io non posso esimermi dal prendere i coperchi delle mie pentole, uscire in terrazzo 3 minuti e sbatterli a più non posso.
Che mi prendano pure per matta i miei vicini... io sono di Valdagno e lì si fa Fora Febraro.
Non fare rumore quella sera mi fa sentire come una bimba che non ha fatto il suo dovere... e sia mai che io mi senta così!
So che la popolazione della Valle si divide in chi ama questa tradizione e in chi, invece, la vorrebbe morta e sepolta.
Ammesso e concesso che i botti si devono fare in totale sicurezza e senza recare danno a nessuno (animali e cose comprese), io sono una grande sostenitrice di tutte quelle tradizioni che rendono peculiare, curioso e interessante un paese.
Perché ci sono sagre e feste in Italia, magari in paesi piccoli, che attirano gente su gente e non c'è nessuno che viene a passare la notte di fine Febbraio a Valdagno?

lunedì 13 gennaio 2014

C'era una volta lo Sgnarock...

Valdagno Sgnarock
C'era una volta lo Sgnarock, che mi è tornato in mente grazie ad un gruppo Facebook che ho scoperto da poco. Se non erro, la manifestazione nacque nel 1991 e si teneva in Favorita.
Successivamente fu spostata al Maglio di Sopra per una questione di spazio e di affluenza.
Se penso a quel periodo mi viene in mente una parola inglese che definisce quelli che iniziano una cosa e non la portano più avanti. Ho in testa il concetto ma non la parola precisa ma se la ritrovo nei meandri del mio cervello ve la dico.
Lo Sgnarock era quella kermesse nata per caso, forse, e continuata arrivando nell'albo dei migliori festival rock d'Italia.
Gli anni '90 sono stati un'ottima fucina di momenti come lo Sgnarock: regnava su tutti l'Arezzo Wave ed era fantastico perché c'era un gran fermento musicale serio e impegnato. Io sono fiera di essere stata adolescente in quegli anni.
I miei ricordi dello Sgnarock sono tanti e c'è un'unica cosa che mi dispiace: non ho mai fatto parte della squadra dei volontari degli stand.
Il mio ricordo più grande di quella manifestazione è legato all'ultima edizione, quella dell'estate del 1998. Io ero appena tornata da Recife, in Brasile, e con l'associazione di volontari della quale facevo parte si era messo su uno stand nella zona dedicata al volontariato.
Era una posizione perfetta: sufficientemente vicina al palco per godersi lo spettacolo, sufficientemente lontana per non scassarmi i timpani e correttamente vicino all'entrata per beccare più gente possibile.
La mia anima in quei giorni era in fase di ricostruzione: dopo quasi un mese di Brasile e di bimbi di strada, ero in una di quelle condizioni in cui ogni cosa tenera mi faceva piangere.
Adoravo godermi i momenti di tranquillità del pomeriggio, quando ancora non c'era troppa gente in giro per il prato e il sole di fine agosto era già gentile sulla pelle.
Adoravo, alla sera, sentire l'aria scendere dai monti costringendomi a mettere il maglione.
Vedere il prato dei concerti stracolmo di gente era una soddisfazione non da poco.
Non dimenticherò mai le performance degli Afterhours, degli Africa Unite (il prato straboccava) e dei Modena City Ramblers che, se non erro, sono stati proprio il gruppo che ha chiuso l'ultima edizione dello Sgnarock.
Questo festival mi manca, così come mi manca la Settimana dell'Oratorio e il Festival Blues durante i mercoledì d'estate.
Una volta cercai di ragionare tra me e me per capire come mai, quando ci sono delle cose che funzionano bene, le si lascia andare e non le si mette in scena più.
Non voglio fare nessun discorso sulle responsabilità e sull'impegno. Quello che dico, da spettatrice appassionata, è che esiste sempre un momento in cui le cose diventano grandi e ci pongono davanti ad una scelta: o ci si dedica ad essere o non le si pensa più.
Questo accade con le passioni, il lavoro, lo sport, lo studio e mille altre cose.
Quello che posso dire con certezza ora è che un festival come lo Sgnarock avrebbe fatto parlare di Valdagno in tutta Italia.
In un'epoca in cui web e social network sono alla portata di tutti, lo Sgnarock avrebbe avuto una diffusione virale e così anche il nostro bel paesello.
Si dovesse mai decidere di ricominciare con questo festival, io mi offro per metterci quanto possa essere possibile per me.
Mi piacerebbe davvero che un bell'evento come questo tornasse a chiudere l'estate Valdagnese.

venerdì 3 gennaio 2014

La Nevicata del 1985

Nevicata del 1985 a Valdagno
Foto dalla pagine Facebook di I Love Valdagno
Durante questo inizio d'inverno con temperature non proprio iper-fredde, penso e ripenso alla nevicata del 1985.
Se la memoria non m'inganna, era gennaio, forse fine gennaio.
Mi ricordo quel pomeriggio come se fosse ieri.
Ero alle elementari ed io frequentavo al Ponte dei Nori e facevo tempo pieno.
C'erano pomeriggi in cui le nostre maestre non sapevano come farci tacere ma non era il caso di quell'esatto pomeriggio.
Cominciò a nevicare dopo pranzo, o almeno è così che ricordo.
Ci dissero che se stavamo zitti la neve sarebbe continuata a scendere copiosa.
Nessuno di noi si azzardava a correre il rischio che la neve smettesse di scendere e quindi in quel pomeriggio aleggiava il silenzio.
Come nella migliore delle profezie che si auto-avverano, più silenzio c'era più la neve scendeva e i fiocchi si facevano grandi come non so cosa.
Uscimmo, come sempre, alle 16.30 da scuola e arrivai a casa zuppa di neve e acqua perché, tornando a casa a piedi con alcuni compagni, non perdemmo tempo per giocare a palle di neve.
Il mondo sembrava candido e bellissimo, come tutto quel bianco che era sceso dal cielo.
Se c'è una cosa che ora, nell'età adulta, mi manca è il fatto di gioire immensamente quando vedo che la neve scende incessantemente dal cielo.
Quando si diventa adulti si pensa più alle occasioni perse in caso di neve che a quelle guadagnate in gioco e spensieratezza grazie a tutta quella bellezza invernale che si è posata al suolo.
Ricordo che mia madre quella sera tornò a casa dal lavoro e con me sorrideva tanto, cercando nello stesso tempo di placare il mio entusiasmo.
"E' sera e non vai fuori a giocare ora... magari domani".
Le parole devono essere state queste, circa.
Io passai la serata a tirar fuori dall'armadio la mia tuta da neve, i guanti impermeabili e mi provai i dopo-sci. Era tutto pronto: la mattina dopo sarei andata a scuola in tenuta iper-tecnica.
Già, la mattina dopo.
Fu quasi un problema uscire di casa: io ero piccola e sprofondavo in tutto quel bianco.
Ci mettemmo un sacco ad arrivare a scuola e, una volta lì, mi accorsi che solo pochi dei miei compagni erano riusciti ad arrivare.
Nel frattempo dal cielo scendeva ancora la neve.
Chiusero le scuole ed io fui trasferita di prepotenza in Via Castello, da mia nonna.
La famosa "pontara" non era praticabile dalle auto... ma era il campo di giochi perfetto per noi.
Per me la nevicata del 1985 fu un momento magico fatto di tanti sorrisi e poco disagio.
Invidio quel mio essere, a quel tempo, tanto serena, gioiosa e piena di felicità per quella neve posata al suolo.
Oggi guardo fuori dalla finestra e vedo un inverno asciutto.
L'adulta che è in me dice che è tutto ok. Ma la bimba?
Questo è il mio ricordo di quei giorni... qual è il vostro?

lunedì 30 dicembre 2013

Valdagno e il Treno

Treno a Valdagno
Foto dalla pagina Facebook di I Love Valdagno
Valdagno e il Treno.
Sembra un po' il titolo di una favola, forse una di quelle che non sono mai state scritte.
Io non so se mi sbaglio oppure se la mia mente gioca brutti scherzi.
Io sono nata a Gennaio del 1978 e ho sempre abitato in Via 7 Martiri.
Io il treno me lo ricordo... è possibile secondo voi?
Non ho trovato fonti che certificassero quanto il treno sia stato tolto il treno ma io ho impressa nella mente l'immagine dei lavori dalle parti di casa mia. Ricordo quando venivano tolte le rotaie.
Forse me lo sono sognata... forse no. Se c'è qualcuno in ascolto che sa esattamente quando questo è accaduto, per favore me lo dica!
Anyway... il motivo di questo post non era tanto il mio ricordo d'infanzia quanto il fatto di quanto io abbia patito la mancanza di un treno.
Non so voi, ma io ho sempre girato tanto... anche quando ero piccolina.
Mi piaceva prendere la corriera, soprattutto quando sono comparsi gli auto-articolati.
La corriera, fino ai miei 14 anni, significava solo gita. Poi ha assunto il significato quotidiano del mio viaggio verso scuola.
Crescendo i viaggi sono diventati di più, sia in fatto di intensità che in fatto di frequenza.
Io pativo come non so cosa il fatto che tra me e la rete ferroviaria italiana ci fosse una bella ora piena di corriera e di trasporto su strada.
Adoravo allora come adoro ora il fatto di incastrare gli orari di treni, traghetti, aerei o quant'altro.
Quello che mi piaceva poco era che il mio viaggio in treno cominciasse da Vicenza.
Invidiavo Schio perché aveva la stazione dei treni.
Invidiavo da matti Bassano perché da lì potevi prendere il treno della Valsugana e arrivare semplicemente in Trentino.
Invidiavo tutti quelli che avevano una stazione ferroviaria a portata di bicicletta o di motorino.
Ho sempre pensato alle rotaie come una lunga retta capace di unire nazioni e popoli.
La ferrovia è davvero una grande cosa e, ancora ora, continuo a girare il mondo approfittando dei mezzi pubblici. E quando vedo che ho lunghi tratti in treno sorrido come una bimba.
A Valdagno tutto questo mi è mancato.
Rivorrei una Valdagno solcata dai treni regionali e locali, liberata da quintali di gomma e benzina che flagellano la statale tutti i giorni.
Vorrei poter vivere quel viaggio Valdagno-Vicenza che mia madre mi raccontava.
La corriera mi ha dato tantissimo e anni bellissimi... ma il treno è un'altra storia!

lunedì 23 dicembre 2013

Valdagno fa rima con Marana

Monte Marana di Valdagno

E' quasi Natale e sono in vena di pensieri e ricordi.
Quella che vedete qui sopra era la vista dalla mia camera, quando abitavo a Valdagno.
Guardavo fuori dalla finestra e c'era Marana.
Se spostavo piano piano lo sguardo verso destra arrivavo ad appoggiare gli occhi sul Castello e poi piano piano facevo tutto il giro delle colline fino ai Massignani.
Quando sono andata via da Valdagno per andare a vivere in Svizzera, passavo un tot di tempo a pensare a quelle montagne delle quali conoscevo ogni centimetro.
Ogni volta che tornavo a casa, mi mettevo alla finestra e stavo lì a "colmarmi" di Marana e dei suoi monti vicini.
Può sembrare stupido ma, ovunque abbia viaggiato nel mondo, non c'è mai stato nessun paesaggio che mi abbia fatto dire "Toh, è come Marana".
Quel monte è diventato mio amico alle elementari quando, durante una lezione con le mie maestre, ci vennero insegnati i proverbi tipici della nostra valle.
"Marana col collare, la gita si può fare" oppure "Marana incapelà, bruto tempo asicurà".
Io ho sempre fatto un grande affidamento sulla saggezza popolare e, quando diventai un po' più grande,  ogni giorno facevo le mie personali previsioni del tempo semplicemente guardando Marana.
Arrivarono poi i giorni in cui ci si organizzava per andare a Marana a camminare, magari di notte, per godersi l'alba da quella cima che per molti è un pezzo di storia personale.
Marana è un po' patrimonio per Valdagno.
Ogni volta che portavo da quelle parti qualcuno che non conosceva la valle, facevo notare di come Marana e Monte Falcone formino un bellissimo vulcano.
Alle elementari un giorno chiesi alla mia maestra di italiano se poteva essere possibile che Marana di risvegliasse.
Mi immaginavo Valdagno come una moderna Pompei, sommersa da chissà quanto materiale uscito dalla Montagna.
Non se lo ricordate, ma una notte dell'Epifania ci fu un incendio a Marana ed io lo osservai da casa, in tutta la sua tremenda brillantezza.
Quella montagna mi manca come mi manca, sotto Natale, un po' la mia casa.
Quel posto dal quale scrutavo il cielo tutte le mattine e tutte le sere.
Quel luogo dal quale sono riuscita a guardare la cometa Hale-Bopp per molte sere in tutta la sua bellezza.
Quella stanza in cui sono cresciuta e sono diventata quella che sono.
I tempi passano, le case vanno e la gente cambia luogo.
Le montagne no ... le montagne restano e vigilano come amici sinceri e saldi.
Ecco perché io amo tanto guardare Marana... perché lei sarà sempre là, come un guardiano fedele sulla nostra valle.

PS: la foto è della mia amica e vicina di casa Marta. Come mi mancano le nostre chiacchierate in poggiolo!

lunedì 16 dicembre 2013

La Stella

Cantare la Stella

Secondo voi le Anguane festeggiano il Natale!?
Beh, Anguana Inside sì e lo fa ricordando una cosa che mi manca tanto da quando non vivo più a Valdagno.
Questo periodo, fin da quando ero piccola, era per me il momento della Stella.
Quando ero piccolina vivevo con una bellissima ansia sorridente tutte le sere del mese di Dicembre in attesa che suonasse il campanello e si sentisse urlare dalla strada "Stellaaaaaaaaaaaa".
Diciamocela tutta: la tradizione dei cantori di Natale c'è in molti posti ma qui a Carpi, dove vivo ora, non c'è nessuno che passa di casa in casa come nella nostra Valle dell'Agno.
Il passaggio della Stella era un evento.
A volte me ne stavo sul pianerottolo dl quinto piano, a volte scendevo e cantavo assieme a quel gruppo di persone imbacuccate come non so cosa, sorridendo come se fosse arrivato il migliore dei regali.
Io vivevo a metà di via 7 Martiri ed ero fortunata perché, da noi, passava sia la stella del Ponte dei Nori che quella di San Clemente. Non ho mai capito perché.
Poi sono cresciuta e ho cominciato a fare parte anch'io di quello splendido via vai di gente che, nel freddo delle sere di Dicembre, cantava rallegrando (o forse no) le persone.
Adoravo andare alle prove, amavo moltissimo decidere che maglione mettermi o che calzettoni mi avrebbero scaldato.
Alla stella si chiacchierava, si stava assieme, si facevano programmi per le feste che ormai erano imminenti.
Tutti gli anni si arrivava all'ultima sera un po' sfatti ma anche un po' tristi perché finiva quel piccolo pezzo di mondo che tutti noi avevamo portato nel cuore.
Sembrava quasi che il pomeriggio del 24 Dicembre ci si dovesse salutare in modo inesorabile anche se avremmo sicuramente frequentato i nostri compagni di Stella in modo assiduo, visto che erano i nostri stessi amici.
La città era la stessa, le vie anche, ma girare cantando e raccontando il Natale aveva in sé qualcosa di speciale che andava oltre il fatto di raccogliere dei fondi da dare in beneficenza.
Era la Stella... e scusate se è poco!
La mia canzone preferita di sempre è stata scritta da Bepi de Marzi e ho sempre adorato cantarla, fin dai tempi delle Elementari. Ho cercato su YouTube una versione nostrana, ma non l'ho trovata.
Adesso me la ascolto e me la canto, immaginando di essere ancora dentro una di quelle fredde sere di Dicembre di alcuni anni fa.


lunedì 2 dicembre 2013

El Cinesin chiude


Mi dicono dalla regia che El Cinesi chiude.
Ci sono rimasta molto male.
El Cinesin che chiude è una di quelle cose che non immagineresti mai... ma che poi accadono, come ad esempio il divorzio di Al Bano e Romina Power oppure la morte di chissà che attore o personaggio pubblico tipo la Rita Levi Montalcini.
Io ho sempre abitato al Ponte dei Nori e la mia cartoleria era La Bertilla, quella c'è alla fine di Viale Regina Margherita.
Dopo di lei, quando sono andata alle medie, sono passata a comprare i libri dalla Ita Bevilacqua e adoravo andarli a ritirare in quella stanzetta fatta solo di scaffali di libri alti non so quanto.
Già che c'ero, tante volte andavo a fare incetta di penne dal Cinesin... tanto ero a due passi.
Non appena dentro si veniva assaliti da quel perfetto odore formato da carta stampata, matite a cui fare la punta e strumenti per il disegno tecnico.
Tutto sapeva di scuola lì dentro e mi regalava quella sensazione nostalgica che non saprei descrivere.
A scuola appena finita, a Giugno, andavo dal Cinesin alla prima occasione utile ... ovvero il primo venerdì di mercato libero dalla scuola.
Tra una vasca e l'altra mi fermavo lì per comprarmi la Smemo... che poi andava via come il pane e se non la compravi a giugno eri finito e ti toccava andare al liceo col diario coi gattini. Sia mai!
El Cinesin era una certezza.
Ho vissuto per pochi anni la presenza del vero "Cinesin", col suo grembiule nero e la sua competenza assoluta da saperti dire a occhi chiusi dove fossero le matite HB e dove quelle 2B.
Ho vissuto con intensità, invece, tutti quei giorni di dicembre in cui, anno dopo anno, andavo lì per chiedere se fosse pronto il calendario del CAI.
Ne compravo sempre due copie: una per me e una per mio fratello Davide.
Noi Malfiori (di stirpe Perin, però) siamo sempre stati dei grandi girovaghi e uno dei segnali di eterno incontro tra noi e Valdagno era aver appeso in casa quel benedetto calendario, ovunque noi fossimo.
Quando mi sono trasferita in Svizzera, ci pensava mia madre (la Bruna) a recuperare il calendario e spedirmelo. Per me era una certezza da osservare ogni mattina per ricordarmi chi fossi e da dove venissimi.
Sapere che El Cinesi chiude mi fa un po' male, anche se non vivo più lì a Valdagno.
Perchè se ne va un pezzo di storia del centro della città e un punto saldo per tutti noi.
Ho deciso che mi disegnerò una piantina con i negozi del centro e metterò un appunto tutte le volte che qualcosa cambierà.

Allora ciao Cinesin, fa buon viaggio e saluta la Rosy (che vendeva reggiseni in Piazza Roma), Silvello, il Disco D'Oro, la Ita Bevilacqua e tutti quelli che ormai sono relegati nel magico mondo dei ricordi.

mercoledì 27 novembre 2013

La Piscina Scoperta di Valdagno

Valdagno Piscina Scoperta
Piscina Scoperta di Valdagno - © 2013 Giovy

Oggi facciamo un viaggio nei ricordi, quelli di noi Valdagnesi dai 35 anni in su circa.
C'era una volta la Piscina Scoperta di Valdagno ed era uno di quei luoghi che metteva allegria, perché raccontava l'estate e raccoglieva i nostri sorrisi di ragazzi o bimbi che fossimo.
Ricordo un giorno in pieni anni '80 quando i miei si svegliarono presto e prepararono dei panini buonissimi. Avevamo un frigo portatile, di quello che ci mettevi dentro i "ghiacciolini" per tenere fresche le cose. Era color senape.
Mi sembrava di affrontare chissà che viaggio ma in realtà andavamo "solo" in piscina.
Adoravo quel luogo perché non odorava di cloro come la piscina coperta.
Appena entravi venivi investito dall'odore delle pizzette del Bar Lido che, come tutto l'ambiente della piscina, faceva davvero tanta estate.
Fatto il biglietto della piscina e una volta entrati, sulla sinistra, c'era quella stanza che io chiamavo semplicemente "gli spruzzi".
Li ci si andava per giocare perché tu entravi, passavi su di una pedana che, grazie al cambio di peso, attivava degli spruzzi laterali che ti facevano una doccia pazzesca.
Il gioco era resistere il più vicino possibile al getto d'acqua.
E poi c'era la piscina, quella grande, dove se entravi al mattino presto l'acqua era sempre fredda freddissima.
Della piscina scoperta di Valdagno era imperdibile quella vaschetta per i piedi che contornava tutta la vasca. Nelle ultime ore della sera era impraticabile.
Una cosa indimenticabile era la ghiaia dove ci si stendeva a prendere il sole.
I più fighi andavano su "in terrazza", ovvero sul tetto.
Lì ci potevi trovare le compagnie dei ragazzi giovani ed io ero ancora una bimba e non ero ammessa in quell'Olimpo.
Quella piscina era un gran bel mondo ed era il rifugio giusto per andare a trascorrere i giorni d'estate con spensieratezza e tanta voglia di stare bene.
Era vicina, ci andavi in bici, in motorino, a piedi.
Era di Valdagno, dei Valdagnesi e lì dentro ci siamo conosciuti, scornati, amati, odiati, abbiamo riso e abbiamo pianto.
Una delle cose che non dimenticherò mai erano quelle piastrelline a mosaico che rivestivano la vasca.
Puntualmente se ne staccava qualcuna.
Sembravano delle piccole caramelle all'anice che rivestivano un mondo che ora, purtroppo, ha solo la parvenza di un grande dinosauro in gabbia.
Attende la libertà oppure la propria morte.

martedì 19 novembre 2013

A Contrà Lago


Oggi vi voglio parlare di un libro che, come nella migliore tradizione dei libri più belli, mi è stato prestato. Si chiama "A Contrà Lago" ed è stato scritto da un signore vicentino che si chiama Franco Tosin.
Racconta le vicende del Signor Tosin e della sua famiglia che, sfollata da Vicenza a causa dei bombardamenti, dal 1943 al 1945 si rifugerà a Contrà Lago a Castelvecchio.
Contrà Lago per me è sempre stato un posto molto bello.
Non appena arrivavo alla strettoia (rappresentata anche sulla copertina del libro) che preannunci l'arrivo a Castelvecchio tiravo sempre un sospiro di sollievo. Non so perché.
In ogni caso, per il Signor Tosin dovette tirare ben più di un sospiro quando arrivò lì, ancora bimbo, per trovare un po' di pace.
La contrada, in quegli anni, era davvero un piccolo microcosmo e questo traspare benissimo dalle parole di Franco Tosin.
Parole come accoglienza, familiarità, sicurezza, tranquillità sono quelle che riecheggiano maggiormente e mi hanno fatto molto pensare.
Castelvecchio per me è sempre stato un luogo da raggiungere per stare bene.
Lì andavo a studiare, rilassarmi, leggere, pensare, recuperare le forze.
I giorni che ho passato lì per la Festa d'Autunno sono stati un toccasana.
Ieri sera, mentre finivo questo piccolo libretto, pensavo a quanto può cambiare la percezione di un territorio a seconda del periodo in cui lo si vive.
Leggendo, cercavo di immaginarmi le SS arrivare a Montalbieri o i partigiani scendere da Marana.
Le parole del Signor Tosin mi hanno fatto proprio bene perché hanno ben saputo raccontare un'epoca che poco ancora raccontano con gli occhi di quando erano bimbi.
In questo libricino si trova tutta l'essenza di quello che ancora oggi andrebbe valorizzato e sfruttato (in senso positivo) nel nostro territorio: la storia, la gente, l'atmosfera, l'accoglienza.
E' bello leggere di qualcuno che è stato davvero bene a casa nostra.
Farebbe piacere che la cosa si perpetuasse ancora oggi.

Leggetelo!
Franco Tosin
A Contrà Lago
Storie vissute negli anni 1943-45

martedì 12 novembre 2013

Intervista a Marco Lora

Intervista a Marco Lora

E' tempo di una nuova storia per Anguana Inside e per l'Anguana che sono io ... dato che stamattina sono più spettinata e stropicciata del solito.
Questo blog vuole raccontare la storia e le storie della nostra valle e tutto ciò è fatto di persone.
Cominciamo quindi con un po' di interviste molto semplici.

La prima persona ad essere intervistata è Marco Lora che ho "incontrato" in rete per caso quando mi è capitato davanti agli occhi il suo video in time lapse su Campogrosso.
Quel video è diventato la copertina di un mio post sulla potenzialità delle nostre montagne.
Ecco a voi Marco Lora!


Chi è Marco? Raccontati in poche righe
Sono uno dei tanti italiani che vive all’estero, faccio il web designer con un’attività propria a San Diego in California e sono sposato con Lucia, anche lei una vicentina.


Da dove nasce la tua voglia di creare questi video splendidi?
Professionalmente provengo dal mondo della grafica tradizionale.
In Italia lavoravo con studi grafici e aziende nel settore della stampa. Raggiunti gli States, ho cominciato a frequentare corsi di grafica digitale e video editing, qui la chiamano Digital Art, da li i primi lavori per alcuni piccoli clienti, poi il passaparola ha fatto il resto e da qualche anno è diventato il mio lavoro.


Cosa pensi della nostra valle?
Ci sono tornato ad Ottobre di quest’anno con l’occasione delle visite ai miei clienti Italiani.
Penso che nonostante il disastro della crisi italiana, sia un territorio che ha un grande potenziale per riemergere, ci sono strutture specialmente a Valdagno e Recoaro, che hanno solo bisogno di essere riattivate o convertite. Il vero problema non sono i costi, ma la mancanza di idee, gli egoismi e la diffidenza verso il cambiamento.

Quando sono tornato a Valdagno, ho avuto l’occasione di incontrare alcune persone impegnate in diversi settori sociali: politico, imprenditoriale, culturale e sportivo.
Ho parlato con loro di alcune mie idee nate grazie alla mia esperienza negli Stati Uniti e su come sia possibile attuarle nel nostro territorio. Non credo in chi afferma che la valle soffra del suo isolamento geografico, non ha più senso credere che sia ancora così.
Le autostrade oggi sono digitali e sapendole percorrere, portano a farti conoscere in tutti gli angoli del mondo.


La Valle dell'Agno come meta di turismo, non solo nostrano. Ci riusciremo?
Quando parlavo di strutture esistenti da riattivare o convertire, in parte mi riferivo anche a questo, poi bisogna far conoscere al mondo i nostri gioielli.
Nel caso del video “Dolomia” per esempio, ho inserito una didascalia in lingua inglese che spiega come raggiungere i luoghi visti nel filmato. Il video attraverso i vari canali della rete, è già stato visto fin’ora in più di 20 paesi nel mondo. Questo è solo uno degli esempi di come si potrebbe promuovere la nostra valle.


Esprimi un desiderio legato al nostro territorio.
Il desiderio è quello di poter vedere un giorno non lontano fermento e dinamismo nel nostro territorio, i presupposti ci sono tutti. Non dobbiamo sperare che qualcuno faccia finire la crisi e che questo porti dei benefici per la nostra valle, i cambiamenti nascono con il contributo di tutti. Solo noi che conosciamo la storia e le dinamiche di questi luoghi, possiamo essere arteficidi uno sviluppo. Sono convinto che l’intera valle potrebbe diventare un’ esempio da seguire anche per altre realtà.


Marco citava il video "Dolomia": eccolo qui per voi!
Grazie Marco per aver accettato di far parte di questo mondo chiamato Anguana Inside.



Dolomia 45°43′31″Nord 11°07′45″East from Marco Lora on Vimeo.

sabato 2 novembre 2013

Valdagno, so far...

Valdagno Alto Vicentino
La mia Valle - © 2013 Giovy
Essere qui, nella mia Valle, mi fa strano.
Più che altro è strano essere qui per così tanti giorni.
Ieri ho guardato la mia Valle dall'alto e mi è sembrata, come sempre, tanto bella.
Nel pomeriggio sono scesa in centro per la Festa d'Autunno.
Io e Gian stiamo cercando di raccontarla sui social, sui nostri blog attraverso parole e foto.
Mi piace essere qui al servizio della mia Valdagno.
In piazza ieri c'era il mondo e non mi sono stupita della cosa.
Restando per un po' al punto informativo della ProValdagno, vedevo tante persone passare e, dentro la mia mente, si componevano pezzi della loro storia.
Io sono "fuori dal giro" da oltre 10 anni ormai... insomma, non vivo più qui da molto.
Ma ho una memoria pazzesca.
Spesso ieri mi sorprendevo nell'osservare ex colleghi di lavoro, persone con le quali avevo fatto qualche festa o qualche cena e vedevo la loro vita, il loro essere diventati "grandi".
Quando qualcuno mi riconosce crede di aver visto un fantasma ma io sorrido e scherzo sempre.
Ieri mi sono resa conto di una parte della mia Valdagno che è andata avanti.
Quello che non è cambiato è il momento di Festa.
La Festa d'Autunno esiste da 24 anni e da tutto questo tempo è calamita per tutta la cittadinanza.
Ieri sera i tavoli erano tutti pieni e il mio cuore gioiva.
Mentre succedeva questo, la mia mente si faceva la consueta domanda: ma tutta sta gente, nel resto dell'anno ... dov'è?
Questa è davvero una tipica domanda da Valdagnese e questo mi aiuta a capire quanto io sia ancora dentro a tutto questo grande mondo made in Vallata dell'Agno.
La Provaldagno si sta davvero dando da fare per regalare alla città dei momenti d'aggregazione importanti.
Mi piacerebbe davvero che si cominciasse a capire il valore di questo lavoro e si iniziasse a vedere la Festa d'Autunno non più solo come un momento per far festa ma anche come un momento per guardarsi in faccia e dire "Caspita, Valdagno è anche questo, Valdagno sono io".

Oggi sarà un'altra giornatona per la Festa: tra amici di Prien e formaggi con la Maresina ne vedremo (e gusteremo) delle belle!

mercoledì 30 ottobre 2013

Eureka! Anzi, Radio EUreka!

Valdagno Radio EUreka

C'è una sola parola di greco che comunemente la gente sa, dopo kalispera e kalimera: questa parola è Eureka e dobbiamo tutto al filosofo Archimede e alla sua voglia di farsi dei gran lunghi bagni.
Si vede che era felice di essere pulito!
Storia, Matematica e Filosofia a parte, Eureka è una parola che attualmente richiama alla mente anche altro: la forza e la grandiosità di chi crede in progetti nuovi, portati avanti nel proprio territorio per quel territorio che viene raccontato.
E' così che nasce l'idea di Radio EUreka, dove la EU sono maiuscole perché la radio nasce anche grazie ad un finanziamento dell'Unione Europea.
Si tratta di una web radio che, come indicato sul loro sito, da idea è passata ad essere un contenitore di idee e trovo che questo sia una cosa grandiosa.
In un periodo in cui leggiamo tutti i giorni di imprese che chiudono e di idee che soccombono, sapere che c'è qualcuno che si sforza di continuare a credere nei suoi immensi sogni è proprio energia pura per me. Mi piace sempre dare del grosso merito a chi ci mette cuore, testa, ingegno e tanta speranza e i ragazzi di Radio EUreka stanno proprio facendo questo.
Stanno dimostrando che rimboccandosi le maniche e tenendo ben oliati gli ingranaggi del nostro cervello le cose accadono... o possiamo farle accadere noi.

Proprio in occasione della Festa d'Autunno, i ragazzi di Radio EUreka saranno in giro per la Piazza per raccogliere lo spirito di questa festa e le voci di tutti coloro vorranno dire qualcosa.
Io non vedo l'ora di incontrarli dal vivo per dire loro che sono bravi e che hanno tutta la mia stima.

Una sola domanda a Giulio Centomo, co-fondadore di questo progetto assieme a Marco Massignani.

Perché è nata Radio EUreka?

"Mi verrebbe da risponderti "Perchè ValdagnoSiamoNoi".
Per essere più precisi è stata un'idea comune che dallo scontro di due teste è divenuta realtà (e le teste sono divenute ben di più in seguito per fortuna, grazie a Ilaria, Benedetta, Fabio, Laura, Elisa, Andrea e Francesco), ma alla base vi è stato un ragionamento molto semplice. Se anche noi ci arrendiamo al disfattismo della crisi siamo finiti, non ci resta che farci su le maniche e magari dimostrare a tutti che con un po' di duro lavoro, pazienza e tanta fede siamo in grado di mettere in crisi il concetto di crisi.

mercoledì 23 ottobre 2013

E poi arrivò il D.A.M.

Foto da La Storia di Valdagno
Quando penso al D.A.M., ovvero Dopolavoro Aziendale Marzotto, mi vengono in mente essenzialmente due cose: gli anni '80 quando si diceva che il DAM non era tanto ben frequentato e, sempre nello stesso periodo, gli ultimi veglioni organizzati lì dentro.
Il DAM (lo scrivo senza puntini, così... in amicizia) è uno di quei mitici luoghi Valdagnesi facenti parte di quella che è denominata Città Sociale.
Questa parte di Valdagno è identificata con la riva sinistra dell'Agno... insomma la xe la Rive Gauche de casa nostra. Ghe xe mia solo Parigi a avere 'na riva sinistra, no?
Anyway, questo luogo per me è sempre stato un po' distante perché io vivevo da tutt'altra parte della città e, se non fosse stato per i corsi di nuoto fatti alle Elementari io non avrei avuto motivo, fino alle medie, di venire da questa parte del mondo Valdagnese.
Il DAM è nato in pieni anni '30 col sorgere della Città Sociale per pensiero dei Marzotto e opera di quell'uomo controverso che era Bonfanti, architetto chiave del Ventennio.
DAM sta per Dopolavoro Aziendale Marzotto e venne costruito proprio per i lavoratori del lanificio.
Mia mamma, la Bruna, me ne ha sempre raccontate tante di storie su questo posto e di com'era durante la fine degli anni '60, quando lei ci veniva a ballare e le feste qui dentro erano proprio quelle da non perdere per nulla al mondo.
L'eco di questo mondo arrivò fino agli anni '80 quando anche la sottoscritta venne ammessa ad un veglione (come fa vintage questa parola) del DAM per Capodanno.
Avevo un vestito grigio con dei fiorellini rosa ricamani.
Sarà stato il capodanno tra il 1982 e 1il 1983.
Ricordo i tavoli rotondi, l'orchestra e tutte le stelle filanti in giro per la sala.
Ricordo che mi divertii molto e che quelle sensazioni tornano sulla mia pelle proprio ora che vi scrivo com'era andata quella sera.
Anni dopo girava voce che al DAM ci fosse brutta gente.
Più che brutta gente, si diceva che al DAM girasse brutta roba.
E fin qui ci siamo spiegati.
Io non so se fosse vero o no; ero piccola e certi discorsi erano davvero molto distanti dal mio mondo.
Quello che so è che ogni tanto andavo in piscina e, uscendo, guardavo quelle vetrate dalle quali si intravedeva in pieno la zona dei tavoli da biliardo.
Ora non so come se la passi il nostro DAM.
Quello che so è che si tratta di una pietra miliare di Valdagno e della sua Storia.
Si sa mai... ma mi piacerebbe fosse teatro di una mostra che racconta di quegli anni passati, di quelli in cui i grandi complessi suonavano nella nostra città e le signore si agghindavano come non mai e sembravano bellissime. E lo erano.
Proprio come la mia mamma.

PS: grazie per il libro sulla Città Sociale. E' uno spettacolo e sono felice di portelo leggere.
La giovy scrive
Eccomi al lavoro su questo post

lunedì 21 ottobre 2013

Una storia nella Storia: il Rivoli

Rivoli Valdagno

Nei giorni scorsi sono tornata a Valdagno e la cosa mi ha fatto molto piacere.
Avevo un sacco di cose da fare e mille persone da vedere ma sono riuscita a prendermi due minuti per passare dalle parti del Rivoli.
Ho fotografato l'edificio com'è adesso.
Oggi, riguardando le foto, mi sono detta che quelle immagini avevano poco senso... prima era necessario raccontare una storia (s minuscola) nella Storia (maiuscola): quella di questo teatro.
La Storia con la S "maggiore" (come la chiamava Guzzanti, in uno dei suoi programmi) è quella mastodontica dell'umanità. Non sarebbe maggiore se non fosse composta da piccole storie con la S minuscola, veri e propri tasselli della vita di ogni luogo.
Il Rivoli mi ha sempre incuriosito perché il mio primo ricordo cinematografico fu lì dentro: già, mi reputo una fortunata.
Era il 1981, poco prima che chiudesse ed io avevo tre anni. Si tratta solo di 2 immagini: il teatro, enorme che sembrava inghiottirmi e la strega di Biancaneve che mi faceva paura.
I miei genitori hanno confermato questo piccolo ricordo fatto di immagini sicché non mi sono sognata nulla.
Quando ero adolescente, negli anni '90, una delle cose che si potevano fare per dimostrare di essere grandi era entrare di nascosto nel Rivoli con le torce elettriche.
Io non l'ho mai fatto ma invidiavo chi riusciva a valicare il limite di quel teatro, non tanto per la legalità infranta quanto per la curiosità di vedere di nuovo quella magnificenza.
L'altro giorno, dopo aver preso un caffè, guardavo quell'edificio che ora è solo il fantasma di quello che era un tempo e mi chiedevo una sola cosa: perché?
Costruito nel 1937, denominato Impero per la grandezza dell'idea che doveva rappresentare, faceva parte del progetto di rendere Valdagno qualcosa di unico.
La città sociale stava crescendo, il razionalismo stava conquistando questo piccolo pezzo di Alto Vicentino.
Nel 1938 arrivarono da queste parti i Savoia e poi anche il Duce.
Questo teatro e gli edifici della Sinistra dell'Agno sono opera di Bonfanti e non ci sono luoghi pari in Italia se non, in un qualche modo, a Roma.
Io non credo che Valdagno si sia mai resa conto, se non in epoca molto attuale, della grandezza artistica, storica e culturale di un quartiere così. Ideologia a parte, alla quale non vogliamo dare peso, questo luogo è qualcosa che ha un valore inestimabile.
Il Teatro Rivoli divenne il cabaret tedesco, quando il comando SS fu di stanza in città.
Finita la guerra, furono le idee socialiste quelle ad essere messe sul palco di questo luogo grandioso.
Il Teatro divenne dopolavoro per il popolo e, negli anni '50, lasciò la politica e tornò a risplendere delle luci della ribalta. E divenne cinema.
Successe poi che la gente cominciò a cambiare: i luoghi d'incontro e di cultura cominciarono ad essere altri e nulla fu poi fatto per salvare questo luogo.
L'altro giorno l'ho guardato ed ero triste.
Mi sono chiesta chissà quante cose abbiamo perso nel corso degli anni in virtù di ristrutturazioni che sapevano di innovazione e modernità.
Poi la tristezza è passata e mi sono detta che, in tutta probabilità, è arrivato il momento di riprendersi la città, toglierle il trucco e accettarla per quello che è: un gioiello che nel corso degli anni è diventata un puzzle di storie e Storia.
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